Luca Sperandio intervista Elena Uliana

Elena Uliana è senz’altro un’artista del tutto singolare, fuori dalle righe, che con le sue opere ti accompagna in un mondo apparentemente quiescente, quasi sconosciuto, ma che in realtà abita all’interno di ciascuno di noi, sapendoci spesso sorprendere e, talvolta, travolgere. Ho avuto la fortuna di conoscere le sue opere l’anno scorso a Sacile, in occasione della personale “Irideion”, tenuta presso palazzo Ragazzoni. L’energia e la complessa costruzione simbolica che si cela dietro (anzi dentro) i suoi dipinti mi hanno colpito non poco, tanto da persuadermi ad approfondire quelle meravigliose opere dai mille colori e il tumultuoso viaggio che esse inducono a compiere alla scoperta di sè stessi.

Mi sono allora rivolto direttamente a lei, la creatrice di queste intriganti composizioni, sicuro che dalle sue parole avrei capito molto meglio il significato profondo racchiuso nelle sue ipnotizzanti tele, fatte di studio, ricerca e, soprattutto, umanità. La incontro un pomeriggio di maggio.

“Sono tornata la settimana scorsa da Roma, dove ho partecipato a una bellissima collettiva alla Galleria Triphè. Sono stati… giorni bellissimi. Ho conosciuto molti artisti con i quali mi sono sentita sulla stessa lunghezza d’onda e mi sono veramente sentita immersa in un ambiente fatto di persone coese, tutte legate da una sorta di filo invisibile che unisce le loro anime”.

Mi racconta qualche dettaglio dell’esperienza romana, con un entusiasmo e un trasporto emotivo che lascia pochi dubbi sulla sua profonda attrazione per l’ambiente culturale della capitale.

“Sei un po’ dispiaciuta di essere tornata?” le chiedo.

“Sì, ogni volta che torno è un po’ come se mi allontanassi dalla nuova famiglia che un po’ sono riuscita a costruirmi lì. Ma d’altronde il lavoro chiama…”.

“Stai dipingendo nuove opere?”

“Eh sì, per la personale che farò a Bologna a settembre. È un lavoro molto impegnativo, lungo, che mi auguro sempre di portare a termine nel migliore dei modi. Perché sai, io ho un’idea chiara di un dipinto e del significato che deve trasmettere, so già prima di iniziare quali sono tutti gli elementi che lo comporranno. Però poi quando ti trovi ad assemblare il tutto… a volte ti scontri con lo spazio, con la materia, con nuovi impulsi e nuove immagini che ti si formano in mente, per non parlare delle reminiscenze del passato… E poi mi lascio spesso trascinare dalle emozioni e dall’ansia, specie quando un’opera sembra non riuscire. Solo una volta giunta al termine, o quasi, riesco finalmente a percepire l’energia sprigionata da quelle immagini, e allora mi abbandono a un pianto di gioia incommensurabile”.

“Un parto insomma” le dico senza dare troppo peso alle parole. Subito trovo invece un convinto sguardo di assenso.

“Infatti! È come se le mie opere fossero dei figli, fanno parte di me. Esse contengono il mio DNA, sono un’emanazione diretta della mia personalità. Pensa che inizialmente dipingevo esclusivamente per me stessa. Tenevo i dipinti sotto il letto e nessuno li poteva vedere. Creare era esclusivamente un modo per affrontare un percorso catartico che ho sentito e sento tuttora necessario. Come lo è stata per un breve periodo la poesia, la pittura è in fin dei conti un mezzo per conoscere meglio me stessa e gli altri, e per sollevare la mia anima dai pesi di un passato non proprio felice…”

Questi continui riferimenti al passato da parte dell’artista mi incuriosiscono non poco, ma per discrezione evito di farle domande a riguardo. Nonostante ciò, è proprio lei che, continuando il discorso, apre un varco su questa sua nota dolente, dimostrando di voler affrontare con positività l’argomento.

“Mi sono allontanata per anni dalla mia famiglia, trasferendomi all’estero dopo il liceo. Ho vissuto per molto tempo ad Amsterdam e a Coblenza e ho frequentato a lungo un uomo con il quale la convivenza è stata molto difficile. Poi è successo che un giorno, quasi senza preavviso, mi sono sentita come risvegliata, e mi sono chiesta “ma cosa sto facendo?”, realizzando come la mia vita stesse seguendo un corso che non rispettava affatto la mia personalità. Sono dunque tornata a casa, abbandonando lo spettro di me stessa che fino a quel momento aveva preso il mio posto, e ho presto iniziato a seguire una serie di sedute presso uno psicanalista, che mi hanno molto aiutato a ritrovare un equilibrio che per anni è mancato”.

“E allora hai cominciato a dipingere per sfogare verso l’esterno ricordi e sensazioni ancora presenti in te, giusto?”

“Non proprio… diciamo che non è proprio uno sfogo, è qualcosa di diverso. Prima l’ho trovato nella poesia e, poco tempo dopo, nella pittura, che ha totalmente sostituito la scrittura in versi. Per me la creazione artistica non avviene sotto forma di impulso violento e irrazionale. Essa nasce in seguito a una visione, che mi appare con forza nel mio inconscio e che proviene da una dimensione che mi trascende, come una sorta di deus ex machina. Il mio obiettivo è dunque quello di trasformare in materia questa visione, di dispiegarne i diversi livelli sulla tela per ricomporne il senso unitario di storia, di viaggio interiore. Per fare questo inserisco immagini e simboli provenienti dalle culture più disparate, mettendoli tutti tra loro in contatto affinché restituiscano l’immagine di quella visione pregressa, la quale riacquisisce nella materia l’energia che aveva in origine a mano a mano che la lavorazione di un’opera progredisce. Ed è proprio mediante la lavorazione materiale dell’opera che prendo coscienza della visione, divenendone consapevole e facendone quindi conoscenza. Questa acquisita conoscenza mi permette poi di avere altre intuizioni e di plasmare altre immagini collegate al significato unitario dell’opera, che rimane invariato ma ulteriormente rafforzato. È per questi motivi che all’interno di un dipinto puoi trovare così tanti elementi, così tanti dettagli: tutti sono necessari, anzi indispensabili, perché ciascuno di essi è una tessera di un puzzle che altrimenti sarebbe incompiuto nella sua forma e, in fin dei conti, nel suo senso stesso”.

Mi torna così alla mente il ricordo chiaro delle sue opere viste alla mostra di Sacile. Effettivamente tutti gli elementi simbolici presenti nei dipinti erano tra loro legati, quasi a indurre lo spettatore a seguire una narrazione o, ancor meglio, un percorso di conoscenza a diversi stadi che poi può essere da ciascuno elaborato a seconda delle proprie esperienze. Particolarmente felici sono le cosiddette “opere portali”, che, come suggerisce il nome, si pongono come delle porte attraverso cui accedere al mondo nascosto della propria interiorità. Esse presentano in alcuni casi un aspetto cangiante della superficie pittorica grazie all’applicazione di speciali luci radenti. Questo permette di rendere chiari e intuitivi i diversi stadi del percorso cognitivo delle opere, con la fase di tenebra che rappresenta lo stadio finale, il livello più profondo e intimo della riflessione su sé stessi e sulla condizione dell’essere umano. Perché, oltre a essere un laboratorio sull’interiorità dell’artista, questi dipinti sanno approfondire tematiche legate a tutti gli individui, sempre alla ricerca di un rapporto privilegiato con un “Io” che spesso viene soffocato da una collettività frenetica, avida del nostro tempo.

“Le tue opere quindi creano un percorso conoscitivo che vuole mettere in relazione diretta l’artista con lo spettatore, giusto?” le chiedo.

“Assolutamente. Esse creano legami. Ho visto persone piangere davanti ai miei quadri, e altre che si sono fermate in contemplazione addirittura per ore. Quello delle immagini è un linguaggio forte, perché è immediato e sa toccare tasti talvolta molto profondi, un po’ come anche la musica. E così con l’arte puoi comunicare, puoi conoscere altre persone che condividono esperienze e difficoltà nel rapporto con loro stesse, puoi attrarre un mondo per poi indurlo a pensare, a riflettere. Non l’avrei immaginato nemmeno io. Forse avevo sottovalutato la potenza del mezzo artistico. L’ho scoperto solo quando ho deciso di mostrare pubblicamente le mie opere. Come già ti dicevo, inizialmente dipingevo solo per me stessa. Poi, per una serie di coincidenze incredibili, complice anche un sogno, mi sono decisa a mostrarle a delle persone che conoscevo. E di lì a breve ecco la mia prima personale, a Conegliano. Poi nel giro di pochissimi anni è venuta Roma, poi Sacile, una collettiva a Stupinigi e molte altre cose, ed infine eccoci qui, a lavorare per la grande personale di Bologna”.

Vedo nel suo volto l’espressione di soddisfazione e di leggera incredulità di chi, quasi come colto di sorpresa, si ritrova a vivere un sogno e a cogliere occasioni che mai si sarebbe aspettato di ritrovarsi a disposizione. Ciò nonostante, la fiducia in sé stessa è tanta, lo si vede, perché altrettanta, se non di più, è la sua voglia di raccontare al mondo qualcosa che riguarda la sua vita ma anche quella di migliaia di altre persone.

“Mi puoi già dire qualcosa riguardo questa mostra in fase di preparazione?” le domando.

“Certo. L’esposizione, che oltre ai dipinti proporrà anche installazioni, video e musiche creati a quattro mani con alcuni miei valenti collaboratori, si terrà dal 3 al 18 settembre presso la galleria Dueunodue Spazi Espositivi, a Bologna. Lì presenterò le mie ultime opere, nate da un confronto prolifico con il fisico americano Michel Nederlof, specialista dello studio sulle cellule e sui tessuti umani. E infatti il titolo della mostra sarà Cellulacrum – Sacred Inner Landscapes, un riferimento quindi alle cellule e al microcosmo che si nasconde dietro l’apparenza del visibile. A differenza dei dipinti che ho realizzato in precedenza, quelli appartenenti a questa serie presentano due novità fondamentali, vale a dire l’ampio utilizzo di pietre e minerali sulla superficie pittorica, che diviene dunque fortemente materica, e il richiamo visivo alle cellule ingrandite al microscopio, trait d’union con il lavoro del fisico Michel Nederlof”.

“Potresti raccontarmi un po’ di come si sviluppa il lavoro e di come si inserisce nella tua poetica delle opere portali?”

“Tutto è nato, ancora una volta, da una casualità, da un’altra incredibile coincidenza. Che forse proprio una coincidenza non è, non credi? Pensa che ho conosciuto Michel a Berlino, mentre mi riposavo su una riva del fiume. Abbiamo parlato a lungo e abbiamo scoperto molti lati in comune del nostro operare: lui con l’uso del microscopio va nel profondo dei tessuti umani, analizzando le cellule ed evidenziandole con delle fluorescenze per meglio osservarne i comportamenti e gli sviluppi; io nelle mie opere vado nel profondo dell’animo umano, superando proprio quelle porte che separano il mondo di superficie, fatto di fisicità, da quello più interiore, il cui accesso è destinato solo a coloro che sanno affrontare con coraggio paure e preconcetti per guardare dentro la propria anima, con l’obiettivo di purificarsi o, forse meglio, di migliorarsi. È per questo che nei miei dipinti puoi spesso vedere teste di animali e altre forme zoomorfe: esse altro non sono che gli ostacoli che noi stessi ci poniamo, i “mostri” che vivono dentro di noi e che bisogna affrontare per scendere in profondità. Una volta poi scesi nel profondo della nostra interiorità, troveremo altri simboli e altre immagini che ci condurranno lungo questo percorso di purificazione personale e collettivo, evidenziati in modo particolare nei quadri a cui applico le luci radenti per ottenere nuove forme e nuovi punti di vista sull’immagine di partenza. Anche le pietre, nonostante possano apparire un semplice apparato decorativo, hanno un significato ben preciso, legato alle pratiche sciamaniche, e pertanto non sono mai inserite casualmente. Altrimenti che senso avrebbe?”

Ci rifletto un attimo e ancora una volta penso a quanto sia grande il suo impegno posto nella creazione di ogni singola opera. È incredibile quanti siano gli elementi da tenere in considerazione, e soprattutto quanto accurata sia l’organizzazione del lavoro. Da qui capisco anche l’ansia e il persistente disagio che accompagnano l’artista durante l’esecuzione dei dipinti: non è ammesso sbagliare, pena la non riuscita dell’opera (vale a dire la sua incapacità di comunicare). E poi questa novità del rapporto con le cellule è un ulteriore ingrediente alle sue composizioni. Decido di chiederle qualcosa a riguardo.

“Nelle opere del progetto Cellulacrum compaiono costantemente immagini di cellule e tessuti umani ingranditi al microscopio. Oltre al parallelismo con il lavoro di Michel Nederlof, che significato assumono all’interno dei quadri?”

“Le cellule ingrandite al microscopio stanno a dimostrare che esiste un vero e proprio mondo oltre la superficie, in profondità, dove il nostro occhio non vede. Esse vogliono comunicare che esistono dei veri e propri “paesaggi” dell’anima, gli inner landscapes del titolo della mostra, analoghi per complessità all’ambiente che ci circonda, ma assai difficili da penetrare. Per oltrepassare la superficie, anch’essa suggerita dalla fisicità delle cellule umane riprodotte sulla tela, basta imparare ad ascoltarsi, a voler conoscere meglio sé stessi”.

“E nei tuoi dipinti cerchi di suggerire un percorso privilegiato per riuscirci?”

“Ci tento con tutte le mie forze, questo è sicuro. È un percorso che io ho fatto, che sto ancora facendo, e che voglio comunicare con una commistione ordinata e precisa di immagini. Le immagini sono fondamentali, siano esse derivate dalle più moderne tecnologie, come quelle delle cellule, o da culture arcaiche, dal paganesimo dell’antichità classica o dal Medioevo cristiano. Tutte sono rivolte all’unisono a illuminare il percorso di purificazione che ciascuno di noi merita di affrontare. E così lo saranno tutte le mie opere all’interno della mostra, che saranno allestite lungo una sorta di viaggio che non lascerà nulla al caso. Ma non ti voglio anticipare troppo. Dopotutto, sai, una mostra va vissuta in prima persona. Lascio quindi che siano le mie opere a parlare, e a trovare di volta in volta un interlocutore diverso, ciascuno con i suoi argomenti, le sue aspirazioni, le sue debolezze, i suoi rimpianti e, perché no, anche le sue confessioni. In fondo siamo tutti umani. E se io conosco meglio me stessa ogni volta che dipingo, chissà, magari qualcuno riesce ad aprire le porte della propria anima proprio di fronte a uno dei miei quadri. In fin dei conti è già successo. E per me è stata un’emozione impagabile”.

Emozione. Questa è la parola chiave dell’arte di Elena Uliana. E forse la parola chiave del suo intendere la vita, di quel conoscere sé stessi che non può rinunciare al nostro aspetto più umano.